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Nuovi racconti inediti

Il testimone.

Il testimone. - P a o l o    B a r s a n t i

  Il testimone.

 

  

Un’aggressione, in un vicolo del piccolo centro storico, sveglia un tranquillo paese alle due della notte.

Sembra la scena di un film: auto con i lampeggianti blu, infermieri, volontari del soccorso che si muovono veloci, lampi di flash e i carabinieri.

Il maresciallo Antonio Camoto che, come comandante della vicina stazione, è stato svegliato nel cuore della notte, mostra sul volto la stanchezza di una precedente lunga giornata di lavoro.

Al milite non sono bastate due ore scarse di sonno, peraltro agitato dalla cena del giovedì. In casa Camoto è tradizione che il giovedì sera si mangi il bollito misto, non è però usuale che il bollito lo prepari la suocera del maresciallo da poco arrivata in visita alla figlia e i nipoti. Assuntina, un metro e ottanta per centoventi chili, cucina benissimo ma condisce in modo esagerato le pietanze e prepara cibo come se ogni volta si trattasse di sfamare tutta la caserma. Insomma la quantità notevole di bollito, accompagnato dalle salsine d’obbligo, galleggia ancora nello stomaco del maresciallo che spera tutto finisca al più presto. 

Chiuso nella sua auto quello che sembra essere l’unico testimone del fatto.

Il comandante, soffocando un rutto gasato di aglio e prezzemolo, invita il testimone a scendere dall’auto e domanda:

-          Lei è il signor?

-          Gianni Timorino.

-          Bene signor Timorino favorisca intanto patente e libretto al mio collega e mi racconti cosa ha visto.

Il brigadiere Consolino Carmelo prende i documenti e inizia a leggerli con scarso interesse mentre si dirige verso l’autoambulanza.

-          Ho visto delle ombre in fondo al vicolo e quando ha capito che si trattava di un’aggressione, ho accelerato e suonato il clacson all’impazzata per mettere in fuga gli aggressori.

-          Ha pensato che questi potevano non spaventarsi e aggredire anche lei?

-          No. Mi sembrava giusto aiutare in qualche modo il poveretto.

-          Poveretto? Sapeva che la vittima era un uomo.

-          No. Potevo solo immaginarlo ma fosse stata una donna mi sarei comportato nello stesso modo.

-          Signor Timorino è sposato, convive? Ha figli?

-          No. Sono solo ma questo che cosa vuol dire?

-          Nulla, cerco solo di capire perché ha compiuto un gesto coraggioso ma incosciente.

-          Ho sbagliato?

-          Forse no, il poverino è conciato male ma è ancora vivo.

-          Allora perché “forse”? Si sente un eroe?

-          Piuttosto uno stupido incosciente.

-          Ha toccato la vittima?

-          Non sono nemmeno sceso dalla mia auto, ho subito telefonato al soccorso.

-          Perché?

-          Perché ho telefonato al soccorso?

-          No, perché non è sceso dalla sua auto?

-          Paura, il sangue mi ha sempre fatto impressione.

Il maresciallo trattenendo l’ennesimo rutto decide che la conversazione deve proseguire in caserma, prega il testimone di seguirlo, penserà il brigadiere all’auto di Timorino.

 

Arrivati alla stazione, entrano in una stanza male illuminata, con una scrivania degli anni cinquanta, due sedie traballanti, le pareti spoglie e di un colore bianco vecchio.

Il milite spolvera con le mani una sedia e la offre a Gianni che, cautamente, si siede di fronte alla scrivania.

-          Allora signor Timorino mi diceva che non è sceso dall’auto fino al nostro arrivo.

-          Esatto.

-          Non è sceso perché la vista del sangue, come a molti, la impressiona.

-          Sì. Mi sentivo più protetto chiuso nella mia auto.

-          Così… una persona, tanto coraggiosa da mettere in fuga una banda di teppisti, non trova il coraggio di andare vedere da vicino le condizioni della vittima.

-          Il mio è stato un gesto d’impeto, quasi una reazione automatica per interrompere l’aggressione.

-          Per un momento ha pensato, dopo aver chiamato gli aiuti, di andarsene?

-          No. Sì, per un momento ho pensato che avevo fatto abbastanza e potevo andare via evitando tutto questo.

-          Tutto questo?

-          Questo interrogatorio, le sue domande, i suoi perché, sono quasi quattro ore che aspetto di tornare a casa.

-          Non è un interrogatorio, raccolgo solo la sua testimonianza, cerco di capire cosa è successo, come si sono svolti i fatti.

-          Mettendo in dubbio le mie parole, lei mi confonde.

-          Non dica così, abbia un poco di pazienza. Quanti erano gli aggressori?

-          Tre o forse quattro.

-          Sia più preciso, se può.

-          Da lontano sembravano quattro ma avvicinandomi erano solo tre.

-          Alti, bassi, grassi, magri?

-          Robusti e alti.

-          Nonostante fossero quattro, alti e robusti, lei ha deciso ugualmente di avventarsi su di loro.

-          Non mi sono avventato, ho accelerato suonando all’impazzata il clacson.

-          Voleva investirli con la sua auto?

-          No! No, non sapevo nemmeno io … speravo scappassero.

-          Così sono scappati. Da che parte sono andati a destra verso la piazza o a sinistra verso la Chiesa o sono tornati indietro, all’inizio del vicolo, verso la Banca?

-          Non lo so, non ricordo… mi sembra uno a destra e due a sinistra ma non ricordo bene.

-          Lei conosce Sante Mazzari?

-          Sì, è il postino del paese.

-          Ha un rapporto confidenziale con il Mazzari?

-          No. Lo vedo qualche volta quando gira con la sua bicicletta per consegnare la posta e poi a volte il sabato sera al bar in piazza.

-          Solo buongiorno e buona sera?

-          No. In tanti anni abbiamo parlato qualche volta, non rammento, magari di calcio o altre cose così.

-          Magari di donne?

-          Forse, al bar quelli sono gli argomenti.

-          La moglie di Sante Mazzari, tale Gatti Filomena, la conosce?

-          No… questa domanda cosa c’entra con l’aggressione?

-          Be, direi che Mazzari è molto coinvolto, è la vittima.

-          Mazzari?

-          Sì, se fosse sceso dall’auto, per sincerarsi della gravità della cosa, lo avrebbe sicuramente riconosciuto.

Il maresciallo si accende una sigaretta e ne offre una a Gianni che, ringrazia, ma rifiuta.

-          Mi ascolti le offro, prima che io verbalizzi le sue parole di cambiare in toto o in parte la sua deposizione. Questo naturalmente non avrà conseguenze, diciamo che avevo capito male io.

-          Cambiare? Perché cambiare la verità.

-          Sicuro di non conoscere la signora Filomena Gatti?

-          Forse, sì… così di vista come ci conosciamo un poco tutti in paese.

-          Di vista, è un gran bel vedere, è una donna molto piacente e forse un poco chiacchierata.

-          Vero, una bella donna.

-          Allora modifichiamo la sua dichiarazione?

-          Sì. Conosco la signora Gatti.

Il campanile della vicina chiesa suona sei rintocchi.

Entra nella stanza l’appuntato Vincenzino Malafè, battendo i tacchi grida: “Comandi”.

-          Vince portami del pane, il forno dovrebbe essere già aperto e insieme porta due caffè, mi raccomando falli buoni!

-          Agli ordini!

-          Ha appetito signor Gianni? Posso chiamarla così?

-          Certo, mi chiami solo Gianni d’altronde, anche se solo di vista, ci conosciamo da molti anni.

-          Vero! Sono quindici anni che comando questa stazione, forse anche troppi.

-          Conoscerà tutto di tutti noi.

-          Forse, anzi a volte me lo credo, poi come stanotte scopro che, in un paese così piccolo, c’è posto anche per una banda di teppisti.

-          Magari venivano da fuori.

-          Una spedizione per menare un semplice postino? Almeno lo avessero ucciso ma il dottore prima mi ha detto che se la caverà il Mazzari.

-          Mi sembrava più morto che vivo, una maschera di sangue.

-          Allora ha visto la vittima!

-          No, solo quando la seguivo per salire sulla sua auto ho visto la vittima stesa sulla barella che entrava in autoambulanza. Una maschera di sangue, infatti, non lo avevo riconosciuto.

-          No, ma non è cosa grave, la testa sanguina subito e molto.

-          Avrà altre ferite, contusioni?

-          Può essere, per adesso il dottore ha riscontrato solo un colpo alla testa, probabilmente inferto con un oggetto tipo un martello, una spranga o un tubo.

Il milite spegne la sigaretta e apre la piccola finestra alle sue spalle.

Senza guardare in volto il testimone quasi sussurra.

-          Se ricordo bene lei, di professione, è un agente delle assicurazioni.

-          Si lavoro a provvigione per una nota compagnia, anzi potrei proporre qualcosa di veramente conveniente…

-          Grazie ma ne parleremo in altra occasione. Lei per lavoro frequenta uffici, botteghe e abitazioni.

 

L’appuntato Malafè porta il vassoio con il pane fresco di forno e due tazzine con il caffè, quello buono, poi rivolgendosi al maresciallo.

-          La cosa che mi ha chiesto è in questa busta.

-          Grazie Vincè, ora mangiamo sperando che mi passi la nausea.

Gianni meravigliato chiede:

-          Ha la nausea?

-          Sì, mi succede di rado, quando mangio troppo o quando qualcuno cerca di farmi fesso!

Poi Camoto sorridendo precisa:

-          Ieri sera ho mangiato troppo bollito e salsine d’obbligo.

Il milite spalma avidamente la marmellata sul pane fragrante di forno. Terminato di mangiare Gianni si alza e si dirige verso la porta.

-          Allora adesso posso andare?

-          Aspetti ancora un minuto, per cortesia si sieda.

-          Ancora domande?

-          Una sola, una curiosità personale, il postino o la moglie sono suoi clienti?

-          No, non mi sembra.

-          Sicuro?

-          Lui sicuramente no, lei forse ha stipulato anni passati una polizza per il suo motociclo, ma non rammento bene.

-          Faccia uno sforzo, cerchi di ricordare.

-          Mi sembra avesse stipulato una polizza, ma sono già passati molti mesi.

-          In quell’occasione ha potuto conoscere bene Filomena Gatti.

-          Solo qualche parola, il tempo per perfezionare la polizza.

-          Il tramite sicuramente era stato il marito Sante.

-          Forse, non rammento.

-          O più probabilmente si era recato a casa della signora.

-          Tutto questo con l’aggressione cosa?

-          Nulla! Una mia curiosità, le indagini sono fatte da mille piccoli tasselli e come ricomporre un puzzle.

Il maresciallo apre la busta portata dall’appuntato, estrae una fotografia e la mostra al testimone.

Timorino la guarda con attenzione poi esclama:

-          Che cosa significa?

-          La foto della maniglia di un’auto.

-          Allora?

-          Come può vedere la vernice della maniglia sembra rovinata, scolorita o macchiata.

-          Sì, forse,

-          In realtà il medico condotto che è intervenuto, in soccorse del Sante, ha detto a Vincenzino che la maniglia è macchiata di sangue.

-          Interessante ma io cosa?

Bussano alla porta, appare l’appuntato che ritira il vassoio con le tazzine del caffe.

-          Vede caro Gianni la maniglia fotografata, è quella della sua auto. Domani o meglio nel tardo pomeriggio sapremo se il sangue appartiene alla vittima.

-          Io non sono mai sceso dalla mia auto e non ho toccato certo Sante.

-          Questo significa che potrebbe aver toccato la maniglia, la stessa vittima oppure uno degli aggressori. Lei però non ha visto nessuno avvicinarsi alla sua auto.

-          Nessuno, nessuno che io ricordi, anche se…

-          Anche se?

-          Ero sconvolto, non le nascondo che tremavo come una foglia e piangevo, tanto da non accorgermi del tempo passato.

-          Lei è veramente un tipo strano: ottimo cittadino di sani e onesti principi che, per aiutare un povero malcapitato, non esita a mettere in fuga ben quattro teppisti, poi crolla e piange senza accorgersi del tempo che passa.

-          Posso andare a dormire?

-          Ancora qualche minuto, vorrei formulare un’ipotesi, la prego mi aiuti.

-          Sentiamo.

-          Ammettiamo che il sangue sia della vittima, abbiamo due possibilità: la prima sono presenti anche delle impronte digitali e allora tutto è più facile. Seconda ipotesi non vi sono impronte, allora resta solo la possibilità che la maniglia l’abbia toccata la vittima o uno dei suoi aggressori, perché lei mi conferma di non essere sceso dall’auto, vero che lo conferma?

-          Sì, per l’ennesima volta non sono sceso dal mio veicolo.

-          Allora se non ci sono impronte e domani, quando potrà parlare, Sante negherà di essere stato lui a toccare la maniglia, resta solo l’ipotesi del segno lasciato da un aggressore.

-          Siccome ci vuole del tempo, per sapere se il sangue è della vittima o ci sono impronte o Sante potrà parlare, vorrei andare a dormire, non capisco perché io non posso andare a casa a dormire?

-          Come la capisco ho un sonno maledetto anch’io, ma quello che mi tiene sveglio è una cosa che ho ricevuto la settimana scorsa.

Il maresciallo apre un cassetto e porge a Gianni un foglio sul quale sono scritte alcune parole formate da ritagli di un giornale o una rivista.

-          Ecco legga, è la classica lettera anonima, pur essendo questo un paese piccolo, anche a noi arrivano questi simpatici messaggi di tanto in tanto.

Poche parole: “LE CORNA DEL POSTINO SONO ASSICURATE!”

Il maresciallo sorride e sentenzia:

-          Chiaramente può essere interpretata in molti modi, il primo al quale abbiamo pensato è che sia assolutamente certo che signora Filomena Gatti tradisse il marito. Il secondo che, la brutta persona che ha spedito questo messaggio, intendesse un tradimento assicurato. Adesso potrei addirittura formulare una terza ipotesi.

Gianni quasi con rabbia mormora.

-          Date credito a questa povera missiva?

-          L’esperienza m’insegna che, a volte, questi messaggi in fondo possano avere una loro logica se non addirittura una verità.

-          La terza ipotesi?

Il maresciallo risponde dando le spalle al testimone.

-          Che il postino sia fatto becco da un assicuratore.

-          Senta Camoto, sono stanco e molto, molto pentito di essermi comportato da onesto cittadino. Come immaginavo da testimone divento sospettato se non addirittura il colpevole.

-          Non dica così!

Entra senza bussare il brigadiere.

-          Finalmente Carmelo dove cavolo sei stato tutto questo tempo?

-          In banca, non è stato facile buttare giù dal letto il direttore alle quattro del mattino.

Il sottoufficiale porge al suo superiore una busta.

-          Grazie.

Il brigadiere Consolino esce dalla stanza.

-          Allora io posso andare?

-          Mi ascolti Gianni lei sicuramente è una persona onesta e per bene.  Ora le offro, prima che io verbalizzi le sue parole di cambiare nuovamente, in toto o in parte, la sua deposizione. Fingerò di aver capito male io.

-          Cambiare ancora la verità?

-          Ne sono sicuro, ma a volte la memoria e la paura fanno brutti scherzi. Per esempio se vuole ripensare al numero degli aggressori, magari non erano così tanti.

-          Assurdo!

Camoto apre la busta ricevuta dal brigadiere ed estrae un oggetto porgendolo a Timorino.

-          A proposito conosce questo ciondolo? Si tratta di una catenina forse d’oro con appesa una piccola lettera F.

Gianni guarda l’oggetto poi il maresciallo negli occhi, la sua espressione cambia improvvisamente.

-          Perché dovrei conoscere questo coso.

-          Carmelo ha trovato questo piccolo gioiello vicino alla vittima.

-          Allora sarà del postino.

-          Più facilmente della moglie, la lettera corrisponde all’iniziale del nome Filomena.

Il testimone incrocia le braccia e fissa lo sguardo al pavimento.

-          Per quanto riguarda una nuova modifica alla mia dichiarazione…

-          Ascolto, è libero di parlare.

-          Forse non erano tre o quattro gli aggressori.

-          Due?

-          No. Era uno solo, ma nella confusione del momento…

-          Ecco perché è riuscito a metterlo in fuga, era uno solo, non una banda. Comunque è stato ugualmente coraggioso.

-          Non sono stato sincero, forse la paura e il sonno.

-          Comprensibile, ma deve dirmi perché non è sceso dall’auto.

-          Paura! Tutto quel sangue.

-          Oppure non è sceso perché ha visto chiaramente in volto la vittima anche se solo attraverso il finestrino della sua auto.

-          Sì.

-          Non ha visto solo la vittima.

-          No.

-          Ha visto anche l’aggressore.

Timorino chiude gli occhi e scuote la testa in senso di assenso.

Entra nella stanza nuovamente il brigadiere che consegna un foglio al comandante e poi si siede in un angolo ad ascoltare. Camoto legge le poche parole poi esclama:

-          Ora mi torna tutto il racconto.

-          Come ha fatto a capire che non ero stato sincero.

-          Da questo foglietto, che mi ha consegnato il bravo brigadiere, sembra che dalla telecamera di sorveglianza della banca, che si trova all’inizio del vicolo dove ha visto l’aggressione, la sua auto è transitata alle ora una e venti, mentre la sua telefonata con la richiesta di soccorsi è giunta solo alle due della notte.

-          Ero confuso e spaventato.

-          Confuso perché conosceva l’aggressore?

-          Sì.

-          Il nome?

-          Ma…

-          Mi dica il nome!

-          La moglie del postino: Filomena Gatti.

Timorino nasconde il viso tra le mani. Passano alcuni minuti di silenzio poi il testimone prosegue:

-          Non ho aggredito il postino e nemmeno ero d’accordo con la moglie per aggredirlo, è stato un maledetto caso, passavo per caso.

-          Mi racconti, questa volta per intero, cosa è successo stanotte dalle una e venti alle due.

-          Tornavo a casa mia, ero stato a cena da amici, ho visto in fondo al vicolo una figura, ho capito subito che si trattava di un’aggressione, perché brandiva qualcosa con le mani e colpiva una persona a terra.  Allora per coraggio, o incoscienza, ho davvero accelerato e suonato il clacson all’impazzata.

-          Dopo.

-          Dopo l’aggressore non è scappato ma è rimasto immobile, teneva in mano un tubo o qualcosa di simile.

-          Lei cosa ha fatto.

-          Ho prima pensato di innestare a retromarcia e fuggire poi ho visto in faccia Filomena.

-          Allora?

-          Lei mi ha riconosciuto era meravigliata e spaventata ed è venuta verso me.

-          Voleva aggredire anche lei?

-          No, forse cercava aiuto, forse era pentita.

-          Lei cosa ha fatto?

-          Mi sono chiuso dentro l’auto facendo scattare il blocco delle portiere. Filomena ha tentato di aprire l’auto, piangeva e mi supplicava di aiutarla.

-          Non ha aperto per paura di essere aggredito?

-          Non ho aperto per … per vigliaccheria, avevo terminato il mio coraggio.

-          La donna chiedeva il suo aiuto e lei è rimasto insensibile?

-          Avevo paura.

-          La donna chiedeva aiuto a un uomo con il quale aveva una relazione e forse proprio a causa di questa ha cercato di uccidere il marito.

-          Sono un vigliacco! Ho lasciato che lei stesse fuori in piedi a piangere e supplicarmi di aiutarla.

-          Dopo cosa è successo?

-          Filomena è andata via, io sono rimasto come paralizzato senza sapere cosa fare.

-          Poi ha deciso di aiutare la sua amante confondendo l’accaduto.

-          No! Non sono così altruista, semplicemente non volevo dire di averla vista, sarei scappato ma Sante si muoveva, era ancora vivo e allora ho chiamato i soccorsi.

-          Ha visto male, Sante non si muoveva perché era già morto.

-          Morto?

-          Sì.

-          Povera Filo adesso sarà accusata di omicidio, dovevo tacere.

-          Perché ha impiegato tanto tempo per chiamarci.

-          Non sapevo cosa fare. Temevo di essere coinvolto, data la mia relazione con la donna. Non volevo difendere Filomena, non doveva aggredire il marito, io non sapevo nulla e sarei stato assolutamente contrario. Comunque sono certo che anche senza le mie bugie avreste scoperto ugualmente che era lei la colpevole.

-          Senza queste sue parole non avevamo nulla in mano. Il ciondolo poteva essere uscito dalla tasca di Sante.

-          Stupido, dovevo tacere e non coinvolgere la povera Filo.

IL maresciallo legge il foglio ricevuto dal brigadiere Consolino.

-          Non si disperi troppo, alla luce delle ultime informazioni, avute dal medico, esiste una diversa ricostruzione dei fatti.

-          Cioè?

-          Sante è stato ucciso in un luogo diverso e poi portato nel vicolo.

L’appuntato Malafè entra, anche lui senza bussare e consegna un foglio al comandante e poi si va a sedere vicino al brigadiere.

-          No! Non può essere stato ucciso altrove, ho visto l’aggressione con i miei occhi, dopo Sante si muoveva ancora!

-          Come diceva di non conoscere Filomena Gatti. Come aveva visto i quattro o forse tre teppisti. Come ha visto la moglie della vittima colpirlo con un tubo alla testa.

Interviene il brigadiere:

-          Maresciallo, ho trovato questo nascosto nel bagagliaio dell’auto di Gianni Timorino.

Carmelo consegna al suo superiore, fasciato in uno straccio, un tubo di metallo.

Camoto mostra l’oggetto a Gianni.

-          Non ho mai visto quel coso!

-          Ha messo lei il tubo nel bagagliaio dopo averlo usato per colpire la vittima?

-          No! Non ho colpito nessuno… forse Filomena è stata lei!

-          Oppure l’assassino, durante una lite causata probabilmente dalla gelosia del Sante che sapeva di essere tradito, lo colpisce in testa con il primo oggetto che trova.

-          Fantasie. Mi vuole solo confondere per farmi confessare una colpa che non ho commesso.

-          Quello che è certo che l’assassino trasporta il povero Sante nel vicolo e simula l’aggressione da parte di una banda di teppisti.

-          Da testimone a colpevole è assurdo. Aiuto! Voglio andare a casa mia.

Il maresciallo incalza:

-          L’omicida si tiene una via di fuga, lascia vicino al morto una catenina della moglie così se la storia dei teppisti non regge, può cambiare la sua versione addossando la colpa Filomena.

-          No! Lei viaggia di fantasia. Lo sapevo, l’ho avevo detto subito che in questa nazione di merda se un cittadino è onesto, diventa lui il colpevole di tutto!

-          Gianni non dica così! La macchia di sangue sulla maniglia della sua auto contiene l’impronta di due dita, l’appuntato Malafè le ha confrontato con quelle lasciate da lei sulla tazzina del caffè e sono identiche.

Gianni Timorino si aggiusta i capelli con le mani, stringe il nodo della cravatta e con gli occhi bassi quasi sussurra:

-          Maresciallo, vorrei modificare ancora una volta la mia dichiarazione.

 

 

 

 

 

 

Speciale e grandiosa tombola di Natale.

Speciale e grandiosa tombola di Natale. - P a o l o    B a r s a n t i

  

 

Speciale e grandiosa tombola di Natale.

 

Alberto Dettasi, detto “Caramella” aveva esercitato la professione di Agente Di commercio per oltre quarant’anni.

Non era mai stato un tipo brillante anzi a prima vista sembrava non troppo sveglio, in realtà chi lo conosceva bene sapeva che era riservato ma il cervello lo sapeva usare bene.

Si era fatto forza per tanti anni nascondendo la sua timidezza ed era diventato un bravo venditore, non si basava sulla simpatia o le barzellette, ma era preciso, scrupoloso e molto professionale.

Adesso alla soglia dei settant’anni si sentiva stanco e demoralizzato.

Alberto chiusa l’attività, svolte tutte le piccole mansioni, come la cancellazione dalla camera di commercio e le pratiche per nulla dovere più al fisco, cercò di godersi i primi giorni di riposo così come li aveva sognati e immaginati per molti anni. Finalmente poteva dormire senza problemi, non più viaggi in auto, estenuanti attese nei negozi, pranzi frugali. Voleva fare tutto con la massima calma, pigramente uscire e andare a fare colazione al bar Olimpia, il più bello e forse il meglio frequentato di tutta la città. Il neo pensionato per le prime due settimane, godette a pieno di questa nuova e insolita libertà ma ben presto si stancò e iniziò a provare la noia. Decise di analizzare la nuova situazione ed era sinceramente stupito di questo malessere per una vita che aveva a lungo sognato e desiderato.

Non poteva certo rimpiangere il suo lavoro di venditore, impegnato a cercare di convincere i clienti, arrampicandosi in ferrei listini stilati da qualcuno che non era mai andato a vendere, non conosceva la psicologia dei clienti e tantomeno le difficoltà reali che affronta un agente.

Era un mestiere stressante ma monotono, i soliti clienti, le solite strade, i soliti discorsi e le solite trattorie .

Ora voleva godersi la vita e decise di prendere provvedimenti, poteva iscriversi a un corso di danza ma non amava ballare, non era un fanatico di cinema e guardava poco la televisione.

Qualcuno gli suggerì di farsi socio in un circolo dove organizzavano conferenze e viaggi culturali, questa poteva essere una bella idea, dopo aver preso contatto con alcune di quelle associazioni, comprese che avrebbe dovuto scegliere con cura dove iscriversi. Voleva che la struttura avesse una bella sede, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici e con possibilità di parcheggio nelle vicinanze qualora avesse deciso di usare la sua auto.

Dopo aver ben valutato decise per: “Amici insieme”, un circolo non troppo lontano da casa, con la sede in un bel locale, frequentato da persone della media borghesia. Il posto era stato ricavato da un vecchio ristorante, aveva un bancone adibito a bar, una toilette doppia e grande, che per gli anziani era importante, due sale con sedie e tavolini. La prima sala, più grande, era riservata a chi voleva parlare o giocare a carte, la seconda più piccola fungeva da sala di lettura. Nonostante vi fosse un importante numero di soci, la quota d’iscrizione era cara, ma comprendeva una serie di servizi che avevano interessato e incuriosito Caramella.  Il bar esclusivo solo per i soci, i maggiori quotidiani disponibili in buon numero ogni mattina, conferenze con la presenza di qualche ex docente in pensione, piccoli viaggi organizzati a prezzi modici per visitare luoghi d’interesse artistico e culturale, gruppi per partecipare a qualche spettacolo teatrale e cinematografico, tornei di partite a carte, dama o scacchi e infine la speciale e grandiosa tombola natalizia.

Caramella rimase molto incuriosito dalla “speciale e grandiosa tombola”, ma non volle avere maggiori dettagli, mancavano circa tre mesi a Natale quindi avrebbe ben presto scoperto quale evento lo attendesse.

Non dovette aspettare molto, già al primo giorno del suo affiliamento si parlava della famosa tombola ed era solo il 6 Ottobre.

Caramella iniziò a conoscere i suoi nuovi amici, per lo più vedove, alcuni poveretti che erano sopravvissuti alle loro mogli e poi una mezza dozzina di coppie di coniugi.

Alberto poteva sembrare, per chi non lo conosceva bene, di non essere un tipo molto sveglio.

Si presentava come celibe e senza figli, rappresentante in pensione, andava fiero del suo passato lavorativo, aveva subito spiegato a tutti che voleva essere chiamato con il suo soprannome di Caramella, derivante dal fatto che per tutta la vita aveva venduto dolciumi e in particolare le famose caramelle Soave.

Molti giudicarono il nuovo socio come il classico venditore pressapochista, non molto intelligente, confusionario e truffaldino.

Dei maschietti soli, vedovi o scapoli incalliti, i leader erano Roberto e Andrea, il primo un ottantenne che ne dimostrava settanta, il secondo un settantenne che sembrava molto più vecchio, pieno di acciacchi, paure ma con una faccia pulita e simpatica.

Roberto era stato il giovane di studio di un notaio fino alla veneranda età di settantasei anni, poi aveva deciso di andare in pensione dopo l’ennesima caduta in bici. La bicicletta era sempre stata la sua grande passione, per tutta la vita non aveva mai preso la patente o guidato un mezzo a motore, probabilmente questo lo aveva mantenuto in perfetta forma fisica. Dopo l’ultima caduta aveva compreso che il tragitto di dieci chilometri che ogni mattina faceva per recarsi al lavoro, a causa del traffico e forse degli anni era diventato troppo pericoloso e quindi aveva appeso la bici al chiodo. Smesso di lavorare ora frequentava il circolo che distava solo un centinaio di metri da casa sua. Era stato sposato con Anna, la bella segretaria dello studio medico che si trovava proprio sotto l’ufficio del notaio, poi la donna dopo trent’anni di matrimonio si era ammalata ed era morta in pochi mesi. Roberto era simpatico a tutti grazie alla sua voglia di vivere e per la disponibilità per gli altri.

Andrea era meno solare, spesso cupo e taciturno, poi all’improvviso usciva con qualche battuta precisa e tagliente che faceva morire tutti dal ridere. Aveva fatto l’infermiere per quarant’anni presso il più importante ospedale della città, ma come diceva spesso, più che curare era stato curato.  Infatti, a causa dei suoi mille acciacchi quasi tutti psicosomatici, aveva perseguitato i colleghi e i medici sottoponendosi volontariamente a cure sperimentali e farmaci innovativi. Ovviamente tutti sapevano che era ipocondriaco e quindi gli somministravano un placebo o innocue soluzioni saline. Immancabilmente Andrea reagiva positivamente al trattamento per accusare, dopo breve tempo, qualche nuovo sintomo stranissimo.

Roberto, pur non trovando particolarmente simpatico Caramella, gli spiegò che cosa significava la speciale e grandiosa tombola natalizia. In pratica era una semplicissima tombola che da sempre si teneva al circolo l’anti vigilia di Natale, era diventata speciale da quando, alcuni anni prima, si era iscritta Veronica Annalisa Lanzoni di Guastalla.  La nobildonna, che a suo dire vantava una parentela diretta con la famiglia Borbone Orléans, era vedova del barone Ginocchio del Vecchio, tipico esempio di nobiluomo del sud che in vita sua non aveva mai lavorato ma sperperato tutto il patrimonio di famiglia e quello della moglie. Fortunatamente alla morte del barone la vedova aveva ereditato, da una lontana cugina, un ingente patrimonio. Abituata per quasi tutta la vita a vivere come una signora ma in ristrettezze economiche, con i creditori di gioco del marito che la insediavano, ritrovarsi ricca sfondata alla veneranda età di ottantasei anni, le aveva creato qualche problema. La memoria era sempre buona e vigile, la salute discreta ma era diventata avarissima, spendeva pochissimo, solo i soldi per il mangiare e la paga minima che doveva per forza dare alla fedele Angelina, la cameriera che la accudiva da oltre trent’anni. Era però passata da essere un’acerrima nemica del gioco, quando il marito era in vita, a una giocatrice patologica, non giocava soldi ma voleva giocare a carte tutto il giorno e tutta la notte. La fedele Angelina non aveva la passione o il cervello per tenere le carte in mano e quindi Veronica Annalisa Lanzoni di Guastalla era diventata socia di “Amici Insieme” solo per giocare a carte. Era la prima che arrivava alle otto la mattina, quando apriva il circolo e l’ultima ad andarsene la sera alle ventidue quando chiudeva.

Il presidente dell’associazione, Teresa Morondini arzilla avvocato ottantenne, pur di avere del vero sangue nobile tra i soci, aveva accettato che la nobildonna non pagasse la quota d’iscrizione.

In cambio l’avara vedova doveva provvedere al primo premio della tombola natalizia. Ovviamente il premio doveva essere stabilito con un preciso criterio non legato al valore ma all’originalità.

La Lanzoni di Guastalla, pur di giocare e non pagare, aveva accettato quella strana proposta della quale poco aveva capito, firmando un regolare impegno redatto, da Teresa Morondini a norma di legge e controfirmato da due testimoni.  

Il consiglio direttivo del circolo impiegò molti mesi per stabilire il criterio di valutazione del premio poi, dopo molte discussioni, raggiunsero un accordo.

Ogni iscritto al circolo da almeno due anni, con eccezione dei tre soci più anziani, aveva diritto a indicare, in apposita scheda anonima, il proprio sogno o desiderio nascosto. Tutte le schede sarebbero state esaminate da una commissione di saggi, in pratica i tre soci più anziani se non troppo rincoglioniti. Questi saggi, in gran segreto, sceglievano la richiesta non più costosa ma quella che ritenevano singolare e fantasiosa, diventando essa il primo premio della tombola.

Chi vinceva aveva diritto a ottenere quel premio o l’equivalente in denaro che la ricca vedova avrebbe dovuto finanziare in toto. 

Quella di quest’anno sarebbe stata la quarta edizione della tombola speciale.

 La prima edizione aveva avuto come premio un viaggio a Parigi per due persone: andata in taxi, una notte con prima colazione all’Hotel Ritz, pranzo alla Torre Eiffel, cena al Moulin Rouge e rientro in Italia con sidecar guidato da autista assunto in Francia.

Vinse la vedova Grassi, ottantaquattro anni, che portò con sé la giovane amica del cuore, la settantenne Pinuccia Schia.  Fu un viaggio indimenticabile per entrambe, la Grassi morì dopo un paio di mesi, qualcuno pensò per il freddo preso in sidecar, altri per la forte emozione del viaggio. Pinuccia Schia s’innamorò dell’autista francese della moto, di sedici anni più giovane di lei, tornò a Parigi in sidecar e dicono che viva ancora in quella città. 

La Veronica Annalisa Lanzoni di Guastalla quando dovette pagare l’importante cifra quasi ebbe un infarto, ma alla fine fece onore al suo impegno perché si divertiva troppo a giocare quattordici ore il giorno, contro avversari che oramai conosceva bene e sapeva come battere.

I soci presero gusto alla cosa e il secondo anno fu scelta la partecipazione, come ospite pagante, alla cerimonia del premio Nobel a Stoccolma. Il programma prevedeva viaggio di andata e ritorno in treno, pernottamento a Stoccolma in pensione economica, pranzo al sacco e giro panoramico della città accompagnati da un pizzaiolo napoletano lì emigrato.

Fece tombola una delle rare coppie: Pino Delladonna e la moglie Maria Cuciti. I due decisero di recarsi a Stoccolma nonostante la loro salute non fosse delle migliori. Affrontarono con entusiasmo il lungo viaggio e il clima rigido svedese, la coppia visse l’evento come il vero viaggio di nozze che da giovani non avevano potuto fare per questioni economiche.

Il terzo anno fu scelto come primo premio, una poltronissima alla prima della Scala di Milano con arrivo a teatro, del vincitore, in Limousine accompagnato da due ballerine brasiliane di colore in topless. Vinse Ciabbati Umberto, novant’anni, uomo burbero e schivo, che, con disappunto di tutti i soci maschi, preferì il controvalore in denaro. Soldi che non fece in tempo a godersi perché una brutta influenza, a fine Gennaio, se lo portò via.

Ora si preparavano per il quarto anno.

La Lanzoni di Guastalla, una delle poche che trattava con gentile disponibilità Caramella, sembrava essersi rassegnata a quella strana tassa, d’altronde tutti la amavano e rispettavano, per i soci era una benefattrice, una santa, la vera anima del circolo. Non aveva eredi o parenti che le impedissero di spendere il suo denaro per quell’insieme di amici che l’avevano accolta, con la stima e l’ammirazione degne del suo rango.

Ovviamente di questo evento si parlava tutto l’anno, il vincitore diventava l’oracolo che doveva e voleva raccontare per almeno dieci mesi l’emozione della vittoria e il premio goduto. Diventava però anche famosa la persona che aveva indicato lo strano desiderio. Essendo le schede anonime per la commissione di giudizio, ma non per la presidente, il nome del fantasioso propositore era svelato alla fine della Tombola. Era diventata una vera e propria gara, tra i soci, nel trovare il desiderio più strampalato.

Roberto e Andrea non avevano mai vinto e tantomeno erano stati i propositori scelti, quest’anno erano decisi a diventare i migliori soci fantasiosi.  

Un socio, in modo discreto chiese aiuto per elaborare il suo desiderio a Caramella che, se pur non potendo compilare la scheda perché aveva meno di due anni di anzianità, poteva suggerire un premio bello e assurdo.

Alberto Dettasi era stato un venditore molto bravo e sapeva cosa si doveva fare per entrare nella mente di un probabile acquisitore.

Adesso i clienti da conquistare erano i tre giudici.

Con il permesso della presidente, non indifferente al fascino di Caramella che oltre ad essere tra i più giovani era ancora un bell’uomo, riuscì a visionare le schede degli anni passati.  Alla luce di quanto vide fu subito chiaro che l’impresa era molto ardua, sembrava che gli amici del circolo, nonostante l’età media molto avanzata, avessero tutti una fantasia a dir poco sfrenata.

Caramella iniziò a documentarsi in modo dettagliato in merito ai soci anziani e scoprì cose interessanti. Due erano golosi, anche se diabetici, avevano militato negli alpini e ancora molto fieri delle loro penne nere, il terzo, la vedova Lanzi, era golosa e fumatrice incallita.

Non era impossibile trovare un desiderio strano ma si poteva scivolare in qualcosa d’irrealizzabile o troppo costoso. Inoltre si doveva tenere conto anche della fattibilità, infatti, non era escluso che il vincitore volesse fruire del premio e non del controvalore in denaro. Proporre cose attuabili solo da giovani sportivi era da escludere, come si doveva pensare a un premio che per realizzarsi non prevedesse tempi troppo lunghi, vista l’età dei soci.

Arrivò il fatidico dodici dicembre giorno nel quale tutti gli aventi diritto dovevano consegnare la scheda alla presidente Morondini.

Andrea aveva scritto:

Desidero un viaggio in Provenza, in autoambulanza, per visitare gli ospedali di Montperrin ad Aix, quello di Saint Tropez e infine il Principessa Grace a Monaco.

Roberto aveva proposto:

Desidero un viaggio in aereo negli Stati Uniti di America, con destinazione Orlando in Florida e dopo raggiungere, in bicicletta, Cape Canaveral per portare il saluto di tutti i soci del circolo agli astronauti in procinto di imbarcarsi sul razzo vettore.

 

La mattina del 23 Dicembre il triunvirato “dei giovani” consegnò quella che per loro era la richiesta più originale e assurda.

Solo quando il primo socio avrebbe gridato euforico “ Tombola!” si sarebbe saputo cosa era il premio misterioso.

 A estrarre i numeri della tombola, nella sala grande stracolma di gente, era Peppino Cere socio anziano e un poco rincoglionito ma abbastanza lucido da abbinare ogni numero estratto alla smorfia napoletana.  Passò l’ambo che vinse un panettone, poi due terni contemporanei premiati con bottiglioni di vino, la quaterna panettone e spumante, la cinquina, una scatola di cioccolatini triplo strato e finalmente, dopo alcuni falsi allarmi, la tanto attesa tombola.

Succedeva da sempre che, vuoi per l’emozione, la poca vista, l’udito scarso o la distrazione, qualcuno urlava di aver vinto, ma al repentino controllo dei numeri tutti riprendevano con enfasi l’estrazione. A dire il vero quella volta, la quarta edizione della Speciale e grandiosa tombola di Natale, vi furono ben cinque falsi vincitori ma alla fine, quasi sottovoce, qualcuno con voce ferma esclamò con ragione: “Tombola!”

La sala era in assoluto silenzio e tutti trepidavano nell’attesa di sapere quale fosse il premio.

 

 

La scheda anonima scelta era di Veronica Annalisa Lanzoni di Guastalla.

Il primo premio, non convertibile in denaro, prevedeva una breve gita a beneficio di tutti i soci iscritti.

 La cosa si sarebbe svolta nella prima Domenica di gennaio e comprendeva giro turistico della città con i mezzi pubblici, gratis per gli over settanta nei giorni festivi, fermata alla “ Antica tabaccheria del Corso” dove ogni socio avrebbe ricevuto in omaggio una caramella Soave, mentre i giudici del triumvirato ne avrebbero ottenuto un chilogrammo ciascuno e una stecca di sigarette a testa. Visita al museo della montagna dove, per tutto il mese di gennaio, vi era la mostra riguardante le gloriose gesta degli alpini, museo che ovviamente nei giorni di festa aveva ingresso gratuito.

Infine rientro in sede e firma di una pergamena a ricordo perenne del premio.  La presidentessa Teresa Morondini, capì che dietro a quello strano desiderio vi era la mente di Caramella che molti avevano ingiustamente giudicato non molto sveglio. Purtroppo solo dopo che tutti firmarono la pergamena, scoprì che questa non era altro che un impegno dei soci a rinunciare alla sovvenzione della tombola, da parte della Lanzoni di Guastalla.

Inoltre il documento precisava che il prossimo anno il primo premio, della speciale e grandiosa tombola di Natale, sarebbe stato pagato con le poste del grande torneo di gioco alle carte, che si doveva svolgere, obbligatoriamente, per dodici ore al giorno da Gennaio a Dicembre.

 

 

Il campo da bocce.

Il campo da bocce. - P a o l o    B a r s a n t i

A voi attenti lettori del racconto “Autopsia a Ponterotto”, non sarà sfuggito che la piccola chiusa di Pianogelato aveva restituito un corpo di meno. Qui di seguito cosa accadde dieci anni dopo.

 

 

 

Il campo da bocce.

 

 

Il geometra Mariolino Sacco, titolare dell’impresa incaricata di costruire il nuovo campo da bocce, era arrivato in caserma sudato e spaventato.

-          Maresciallo! Un morto … uno scheletro… si insomma un morto, l’ha trovato il Bianco.

-          Il Bianco chi è? Il cadavere di chi?

-          Il Bianco … ma sì Guidone Spatola un operaio della mia impresa, lo conosce è venuto anche qui in caserma quando si doveva riparare il muro del cancello.

-          Perché Bianco?

-          Un soprannome, perché beve solo vino bianco e comincia presto la mattina.

-          Non divaghiamo! Il cadavere dov’è?

-          Dietro la Chiesa, lungo l’argine del fiume, dove stiamo costruendo il nuovo campo da bocce.

 

Alla parola “campo da bocce” il maresciallo si lasciò andare al ricordo del torneo di bocce dell’ anno passato quando lui, in coppia con il brigadiere Severino Ridente, aveva vinto la coppa spettante ai primi classificati. Era stata una gara lunga e difficile ma finalmente erano riusciti a sbaragliare anche l’ultima coppia, la più agguerrita e conquistare l’ambito trofeo. Coppa che ora primeggiava proprio sopra il mobile basso nell’ufficio del comandante della caserma. Un trofeo veramente imponente che luccicava come fosse oro e dove alla base si vedeva chiaramente la scritta: Primo premio – Offerto dalla Trattoria La Trota Blu.

Il maresciallo comandante di stazione, Giandomenico Olivoli, fu richiamato alla realtà dalla voce del brigadiere.

-          Scavava con il piccone o è stata la benna dell’escavatore a trovare lo scheletro?

-          Pala e piccone perché stiamo ancora sondando il terreno per valutarne la consistenza.

-          Peccato, allora i lavori sono appena iniziati?

-          Sì Maresciallo, ma faremo presto, il parroco vuole tutto pronto per il giorno di Santa Lucia.

Rincuorato, il comandante sospirò:

-          Finalmente il nuovo campo, era oramai una necessità sentita da tutta la popolazione.

-          Maresciallo e per il morto?

Rispose il geometra che sembrava essersi tranquillizzato.

 

Partirono tutti, il comandante, il brigadiere e l’appuntato Primo Tardone, del resto non capitava tutti i giorni di trovare uno scheletro a Pianogelato.

 

Durante il breve tragitto, che separava il campo dalla caserma, videro una piccola folla di gente che urlava e rideva. Un grosso carro carico di sacchi, pieni di semi di carruba destinati al mulino, si era rovesciato invadendola strada e la piccola piazza dove si trovava l’unico Bar del paese. Il conducente del carro accusava un uomo in sella a una moto di aver provocato l’incidente. I due si spingevano e il maresciallo, avendo fretta di vedere lo scheletro, decise di lasciare sul posto il brigadiere Severino Ridente per ristabilire l’ordine e calmare gli animi.

Giunti al campo, dietro la Chiesa, il comandante,  ordinò al Bianco di scavare per mettere completamente in luce lo scheletro sepolto per metà, al quale erano ancora attaccati brandelli di quello, che un tempo, poteva essere stato un abito da donna.

Il maresciallo sembrava più interessato ai paletti, che erano stati messi a delimitare la zona dove costruire il campo da bocce, che allo scavo.

-          Scusi geometra, ma non le sembra troppo vicino all’argine il campo?

-          No maresciallo, abbiamo fatto le nostre valutazioni e siamo certi che vi sia una distanza di sicurezza più che ragionevole.

-          Sì, capisco ma magari una piena improvvisa, mi dicono che anni passati è capitato.

-          Vero, a Ponterotto aveva fatto morti e tra questi anche un mio cugino, ma sono passati molti anni, adesso è stata rinforzata anche la piccola chiusa che si trova trecento metri a  monte. Siamo sicuri che …

Le parole del geometra furono interrotte da un urlo dell’appuntato Tardone.

-          Fermo Bianco! Fermi tutti! Una bomba!

Mariolino Sacco, in preda al panico, si buttò a terra incurante del fango, i militi indietreggiarono prudentemente. Solo il maresciallo, forte della sua funzione, si avvicinò e vide che, proprio sotto le ossa delle gambe, spuntava  una vecchia Ananas, così era chiamata la bomba a mano molto usata dagli alleati durante la seconda guerra. Bianco, che era rimasto al bordo dello scavo, incurante di tutto, prese con la punta della pala l’ordigno e lo pose a terra ai piedi di Giandomenico Olivoli.

-          Non vedete che è tutta arrugginita! Questa non fa più Bum!

-          Incosciente! Cretino e incosciente!

 Lo apostrofò l’appuntato.

-          Effettivamente non si può mai sapere con queste bombe. 

Precisò il Maresciallo.

-          La porteremo via con tutte le cautele e la faremo brillare in zona sicura. Appuntato vada a chiamare il medico, sarebbe meglio una sua occhiata alle ossa prima di portarle in caserma.

-          In caserma?

Chiese il sottoposto.

-          In caserma… in caserma  perché ha paura Tardone?

-          No. Non ho paura delle ossa di un morto, magari ammazzato e chissà da quanto … proprio in caserma, magari porta anche male.

Il geometra, tutto imbrattato di fango, ripreso dallo spavento si fece coraggio e precisò.

-          Lo immaginavo! Un morto dell’ultima guerra, una povera vittima dei fascisti.

-          Effettivamente è passata qualche pattuglia di tedeschi inseguita dagli alleati e partigiani, proprio sul finire della guerra.

-          Bianco che cosa ne vuoi sapere tu?

-          Io, qui a Pianogelato, ci sono nato e come me, i miei genitori e i miei nonni prima di loro.  Ho ascoltato mille volte i racconti di guerra.

Il maresciallo sentendosi escluso precisò.

-          Questo lo scopriremo.

 

In fondo al campo sbucarono  il dottor Bruno Nespolo accompagnato dall’appuntato e da don Sereno Sbadato, parroco del posto. Il medico esaminò con cura i poveri resti mentre il prete benediva la salma masticando incomprensibili preghiere.

Il maresciallo prese da parte il dottore e chiese.

-          Allora?

-          Uno scheletro di uomo, direi sui trent’anni o giù di li.

-          Un uomo? Intende uomo maschio?

-          Uomo, era uomo  si vede chiaramente dal bacino e dal cranio.

-          I brandelli di stoffa sembrano essere di un vestito da donna.

-          Sembrano.

-          Da quanto si trova qui?

-          Difficile dirlo, bisogna fare analisi specifiche… a prima vista azzarderei.

-          Azzardi dottore, azzardi .

-          Qualche anno, forse dieci, forse più.

-          Escludiamo una vittima della guerra?

Il dottore sbiancò alzando le mani al cielo, mentre un urlo soffocato restò nella sua gola. Il maresciallo comprese che il medico doveva aver visto qualcosa di terribile e si voltò di scatto, appena in tempo per vedere che Bianco, aveva trovato un’altra bomba e presa con la pala la stava lanciandola vicino all’altra.

Uno scoppio tremendo! Anzi due in rapidissima successione. Una nuvola di fumo e fango avvolse  tutti i presenti mentre lo spostamento d’aria, oltre a buttare a terra il medico, il maresciallo e il prete, fece volare le ossa dello scheletro che si sparsero nel raggio di molti metri.

Passato il fumo, poco per volta, i presenti si alzarono mentre si sentiva un lamento quasi un pianto soffocato.

-          Ci siamo  tutti? Chi è morto o ferito lo dica subito!

Gridò l’appuntato Tardone che, forse credendo di essere l’unico milite sopravvissuto, prese in mano la situazione.   Il medico si spolverò l’abito approfittando per tastarsi e sentire se aveva qualcosa di rotto, il maresciallo, furioso, cercò di riprendersi per arrestare quel deficiente del Bianco che aveva cercato di ammazzarli tutti.

-          Io sono vivo!

Gridò il Bianco.

-          Io sono vivo o almeno credo.

Rispose il geometra completamente ricoperto di fango.

-          Chi è che si lamenta?

Chiese il medico.

-          Sarà quel cretino di Bianco e non sa ancora cosa lo aspetta.

Rispose il maresciallo spolverandosi la divisa con le mani.

-          Maresciallo meno male è salvo!

Urlò Tardone che, correndo verso di lui, inciampò nel prete che era a terra immobile.

Tutti si precipitarono verso don Sereno che sembrava non dare segni di vita, ma il medico dopo averlo esaminato sentenziò che era solo svenuto. Dopo pochi minuti il sacerdote riprese conoscenza.

-          Sto bene, sto  bene grazie al Signore che mi ha protetto. Che cosa è successo?

-          Quel deficiente di Spatola Guidone credeva di poter giocare a tirare le bombe.

Rispose l’appuntato.

L’operaio che sembrava più meravigliato che mortificato, giocherellava a dare calci a una pietra.

-          Ricordo che il dottore parlava di un maschio contrariamente ai brandelli di vestito.

-          Vero padre, proprio così e la cosa è strana, dovremo indagare in merito ma dopo tutto questo tempo non sarà facile.

-          Io, dieci anni passati, ero già parroco di questo paese e ricordo molto bene la piena del fiume potrebbe esserci un collegamento?

Il medico prese da parte il maresciallo.

-          Don Sereno Sbadato è famoso per la poca memoria e la distrazione assoluta, credo che l’esplosione gli abbia provocato un forte shock, non darei molto valore alle sue parole.

-          Credo anch’io e sono sempre più convinto che, analizzando le ossa, lo scheletro sia rimasto lì sotto dal tempo di guerra.  Appuntato si faccia aiutare e cerchiamo di recuperare tutte le ossa.

-          Comandi! Anche quelle rotte?

Il comandante guardò male il sottoposto e chiese al dottore.

-          Può dare un occhio anche a Tardone mi sembra più scemo del solito.

Bruno Nespolo rispose sottovoce.

-          A me sembra sempre uguale.

 

In caserma regnava una strana confusione, considerando che il crimine peggiore avvenuto negli ultimi mesi era stata una lite tra un contadino e la moglie, finita con una notte in cella per l’uomo e qualche cerotto alla donna che, ovviamente, non volle sporgere denuncia.

-          Brigadiere ha calmato gli animi?

-          Signorsì. Stanno recuperando il carico in modo che il carro possa raggiungere il mulino.

Arrivò in caserma anche l’appuntato.

-          Dove sono le ossa?

Chiese il maresciallo.

-          Le abbiamo messe in un sacco e le stanno portando qui il geometra e il Bianco.

-          Appuntato perché ha lasciato un reperto così importante in mano a dei civili?

-          Non credevo di far male, non mi sembra vi fosse possibilità di fuga da parte del morto.

Il maresciallo lanciò un’occhiata al medico come per dire“ lo avevo detto io che Tardone era ancora sotto shock”. Poi a denti stretti disse.

-          Quel deficiente del Bianco … appena arriva l’arresto.

Il prete prese le difese dell’operaio.

-          Signor maresciallo non vorrà mica arrestare quel poveretto. Un innocente, ecco cosa è, non molto sveglio di cervello ma un gran lavoratore.

-          Dovrei e non escludo di farlo, ha attentato alle nostre vite con la sua leggerezza.

-          Signor maresciallo senza Guidone Spatola i lavori per il campo subirebbero un grave ritardo. Non possiamo rimandare tutto deve essere pronto per la festa di Santa Lucia. Pensavo di inaugurare il campo con il primo Trofeo di Bocce di Santa Lucia.

-          E’ Vero!

Confermò il medico.

-          Abbiamo già gli sponsor.

Il maresciallo titubava guardando fuori della finestra, in attesa dell’arrivo delle ossa.

-          Lo perdoni, noi lo abbiamo già fatto e poi nessuno si è fatto più di qualche graffio e una grande paura. Vero dottore?

-          Confermo nessuna vittima, almeno per adesso, inoltre credo che Bianco non abbia tutte le capacità indispensabili per valutare una reale situazione di pericolo.

Il comandante, pensando che avrebbe partecipato volentieri al nuovo trofeo di bocce, brontolò.

-          Un rischio per se e gli altri, lasciarlo a piede libero.

Il medico cercò di patteggiare

-          Potrebbe affidarlo al geometra, che lo controlli e cerchi di arginare l’incosciente idiozia di Bianco.

Il prete quasi urlò:

-          Lo scheletro! Lo scheletro potrebbe appartenere a una delle vittime del rastrellamento del 44!

Il medico afferrò per un braccio il sacerdote e guardando con occhi complici il maresciallo disse.

-          Venga padre che lo accompagno a casa. Meglio se riposa qualche ora, siamo tutti sbalestrati dallo scampato pericolo.

Usciti i due, il comandante chiese ai suoi due militi.

-          Nel 44 c’è stato, in paese, un rastrellamento dei nazi fascisti?

-          Mai sentito! Poi consideri che, don Sereno Sbadato, non era qui al tempo di guerra.

Rispose il brigadiere mentre Tardone sembrava non aver capito la domanda.

Improvvisamente si sentì suonare il campanello del portone e poi qualcuno che bussava come un pazzo.  Era Guidone Spatola che teneva tra le braccia Mariolino Sacco e urlava:

-          Aprite! Aprite il geometra è morto! Aprite presto!

Il geometra era privo di sensi e un piccolo rivolo di sangue colava dal suo orecchio sinistro.

-          Brigadiere corra a chiamare il medico e tu seguimi lo sdraiamo sulla branda della cella di sicurezza.

-          No! Maresciallo non lo arresti! Sta tanto male e poi è bravo il geometra è tanto buono.

Piagnucolava il Bianco che, dall’alito, sembrava aver fatto fede in abbondanza al suo soprannome.

-          Se il maresciallo lo vuole arrestare ci sarà un buon motivo!

Replicò l’appuntato.

Il maresciallo guardò il sottoposto scuotendo il capo in segno di disperazione.

-          Non diciamo sciocchezze! Stendetelo con cautela e non muovetelo troppo.

 

Dopo pochi minuti arrivò Bruno Nespolo che, visitato il geometra, diagnosticò la perforazione del timpano, dovuta all’esplosione, con conseguente perdita dei sensi di Mariolino Sacco.

Il Bianco raccontò che il suo titolare era caduto a terra, come uno straccio, dopo che si erano fermati al Bar per bere un bicchiere di vino.

-          La tua situazione Spatola Guidone, a fronte di un ferito causato dall’esplosione, si fa seria e mi vedo obbligato ad arrestarti.

Il silenzio cadde sui presenti, mentre il Bianco pensava che avrebbe fatto bene a bere qualche bicchiere in più, poiché sarebbe stato carcerato molto a lungo.

L’appuntato Tardone parlò all’orecchio del suo superiore.

-          Maresciallo come facciamo, questa è l’unica cella ed è occupata dal ferito.

-          Il geometra non lo ricoveriamo qui!  Appuntato ammanetta lo Spatola, è un ordine!

Il dottor Nespolo disse, mentre il geometra riprendeva i sensi.

-          Non è cosa grave! Almeno per adesso eviterei di muoverlo.

-          Sentito signor maresciallo, adesso come facciamo ad arrestare Spatola Guidone se la cella rimane occupata?

Il comandante alzò le mani al cielo cercando nel Signore la pazienza che sembrava averlo abbandonato.

-          Bianco voi avevate il sacco con le ossa, dove lo avete messo?

-          Lo portavo a spalla e nella confusione lo perso, forse è rimasto al bar.

-          Sono circondato da cretini.

Mormorò il maresciallo sempre più arrabbiato.

Si creò una grande confusione, mentre il comandante era furibondo, il medico cercava di calmare gli animi e l’appuntato non riusciva a trovare le manette che fortunatamente nessuno adoperava da molto tempo.

-          Appuntato cosa sta facendo? Corra subito al Bar e recuperi il sacco con le ossa!

-          Maresciallo non trovo i ferri!

-          Vado io al Bar gridò Bianco.

Uscendo di corsa dalla caserma.

-          Devo inseguire il fuggitivo?

-          Tardone hai trovato le manette?

-          Non ancora.

-          Allora cercale!

-          Comandi!

Dopo pochi minuti Guidone Spatola, detto Bianco, tornò in caserma con il sacco sulle spalle.

-          Brigadiere ammanetta lo Spatola. Lei appuntato prenda il sacco, lo metta nell’armadio del mio ufficio, lo chiuda e mi porti la chiave.

-          Signorsì.

 

Solo dopo alcuni giorni il dottor Bruno Nespolo, ritornando alla caserma, chiese al maresciallo le ossa per far eseguire un’indagine specifica per stabilire da quanto tempo si trovavano sotto terra. Aperto il sacco che conteneva semi di carruba, il medico scoppiò a ridere mentre il comandante, rosso per la rabbia, pensava dove trasferire, dopo averlo fatto degradare, l’appuntato Primo Tardone. Mentre non aveva dubbi sulla nuova imputazione a carico di quel deficiente di Bianco.

 

Il nuovo campo da bocce era una bellezza, durante la festa di Santa Lucia, ancora una volta, la coppia Giandomenico Olivoli e Severino Ridente si aggiudicò il primo premio. In prima fila ad applaudire i vincitori, l’appuntato Primo Tardone e Guidone Spatola speravano che il nuovo trofeo inducesse il maresciallo al perdono nei loro confronti.

La sera iniziò a piovere come da anni non pioveva, una lunga e intensa perturbazione interessò per molti giorni la zona.

Il sesto giorno di pioggia la piccola chiusa di Pianogelato e gli argini del fiume cedettero alla forza delle acque che portarono via il nuovo campo da bocce.

La partita a Burraco.

La partita a Burraco. - P a o l o    B a r s a n t i

 

Una premessa ! Un amico che ha letto questo racconto ha così commentato :

Sabato pomeriggio vado sempre a trovare mia madre alla casa di riposo e spesso gioco a burraco con i vecchietti.

Dopo aver letto il tuo racconto ci metterò più dolcezza. 

 

 

 

La partita a Burraco

 

Olga era rimasta vedova da tre anni e dopo il solito periodo di grande dolore, vuoto e disperazione, decise, come fan tutte, di riprendersi la sua vita. In realtà dopo qualche esitazione aveva deciso di riavere la vita che avrebbe voluto da ragazza e che, il matrimonio prima, i figli poi e i nipoti adesso, sembravano aver cancellato. Passò per il percorso tradizionale, per prima cosa chiamare le amiche, che da qualche anno non sentiva più, iscriversi a un corso di danza, curiosare in parrocchia le varie attività benefiche e infine, su consiglio di una conoscente, iscriversi al circolo delle bocce vicino a casa.

Il circolo delle bocce, frequentato da pensionati e anziani over settanta, in realtà era diventato, specialmente nei mesi freddi, una vera e propria sala da gioco delle carte. Il Burraco era quello più di moda ed essendo un gioco semplice, da giocare in coppia, aveva appassionato tutti. Erano rimasti solo due o tre tavolini degli irriducibili, solo uomini, che giocavano a scopa o briscola.

Così Olga trascorreva quasi tutti i pomeriggi a giocare a Burraco, si era fatta nuove conoscenze, non poteva certo definirle amicizie, solo conoscenze. Dei suoi compagni di gioco studiava, con attenzione e seguendone il carattere, le abitudini e le piccole manie. Ognuno aveva ricevuto il suo bel soprannome che però, Olga teneva nascosto nella sua mente perché con le persone più permalose, poteva essere offensivo.

Mario Antrocoli era stato il primo maschietto che le aveva parlato quando si era presentata al circolo, aveva fatto da Cicerone presentandola a tutti, poi però aveva tentato palesemente delle avance e lei, che non era pronta a sentire di nuovo, nel suo appartamento, l’odore di un maschio, lo aveva allontanato, ma con garbo per non offenderlo. Nonostante questo Mario, molto permaloso, si era risentito anche perché, nell’ambiente, i suoi modi gentili e il suo fascino di uomo ancora piacente erano riconosciuti da molte signore. Diceva di essere un gran ballerino e per la sua età essere ancora agile e flessibile come un elastico.

Era così che lo aveva soprannominato Perma-flex.

Poi c’era Giada, che aveva l’abitudine, con le nuove arrivate, di farsele amiche ma solo per tastare quanto potessero essere pericolose per il suo ruolo di prima donna. Si sentiva ancora bellissima, affascinante e simpatica, sempre curata nell’aspetto e nel vestire, svolazzava come una farfalla tra i tavolini fino a trovare un posto dove primeggiare ed essere adulata. Sembrava una vera signora ma era falsa e bugiarda.

Una vera delusione per Olga che credeva di aver trovato un’amica, quindi decise di chiamarla buGiada.

Il quarto elemento, di quello che sarebbe diventato il tavolo da Burraco più famoso del circolo, era Nicola Pernotto, detto Nico, pensionato di quasi ottant’anni, mal portati fisicamente e mentalmente. Definito da tutti un vecchio orso solitario, non era però rincretinito, soltanto affetto da menefreghismo acuto per tutto e tutti. A lui non importava nulla di nessuno, amava solo giocare a carte questo era il suo unico interesse a parte qualche raro bicchiere di vino.

Il grosso problema, non ancora noto a tutti, era che a Nico non interessava neppure vincere ma solo partecipare, un vero sportivo del tavolo da gioco. Lui si prese il soprannome, meritato, di ciNico.

 

I “padroni “ del circolo erano la famosa triade composta da: Ciriello Antonio, gestore del bar, Ludovica Anselmi, segretaria tuttofare, segretamente innamorata di Ciriello e Malinconico Alfredo addetto alle pulizie. La triade organizzava piccole feste ed eventi, come il torneo di Burraco di Natale.

 L’iscrizione era minima e nazional popolare, appena cinque euro a coppia, naturalmente i premi erano in proporzione modesti: la prima coppia classificata riceveva un Panettone e una bottiglia di un anonimo spumante, i secondi vincevano un buono per una consumazione al bar (poteva essere un caffè o un bicchiere piccolo di vino).

Alla gara, i due anni precedenti, avevano partecipato solo otto coppie nemmeno un terzo dei frequentatori abituali dei tavoli. Tutto si era svolto per eliminazione diretta nel corso di un pomeriggio, valevano le regole del Burraco classico riviste dall’Anselmi e accettate da tutti.

Quest’anno ai primi di Dicembre gli iscritti erano solo un paio di coppie.  Ciriello contava molto nel torneo per avere una maggior vendita al bar e decise di imporsi per organizzare qualcosa di diverso.

Questo sarebbe stato un torneo articolato e importante. Prima regola ogni coppia avrebbe sfidato un’altra tre volte prima di poter passare il turno e la coppia perdente poteva rientrare in gioco sfidando altri perdenti per guadagnarsi il famoso Rientro. In pratica una delle coppie escluse poteva, battendo tutte le altre, tornare a gareggiare con i vincitori.  La tenzone si sarebbe svolta in quattro giorni, dalle quindici alle diciannove, ogni partita poteva durare al massimo quaranta minuti. Altra novità: le coppie si sarebbero formate per estrazione a sorte tra tutti i partecipanti. Il costo della partecipazione era di ben cinque euro a persona. La triade si spaccò su questa nuova proposta, Malinconico era assolutamente contrario a una gara troppo lunga e impegnativa per i vecchietti del circolo e poi lui avrebbe dovuto pulire molto più del solito, specialmente il bagno, frequentatissimo da soci quasi tutti prostatici. Ciriello rispose che gli stessi anziani, ogni pomeriggio, passavano ore seduti a giocare quindi la stanchezza fisica, mentale poco cambiava e avrebbero prodotto la stessa polvere e la stessa pipì di sempre. Per Ludovica la quota, sembrava troppo onerosa. Ciriello, che aveva in magazzino una scorta di bottiglie di spuma invendute da anni, per convincere la donna le lanciò un bel sorriso e propose d’inserire, in detta quota, anche una consumazione gratis giornaliera per tutti i partecipanti.

La consumazione sarebbe stata un bicchiere piccolo di spuma all’arancia o al ginger, tagliata con acqua a sua discrezione.

Ciriello espose il cartello nel quale s’indicavano i premi per le prime tre coppie classificate.

I primi ricevevano due scatole di baci Perugina, due panettoni di gran marca e una bottiglia di Prosecco doc. I secondi vincevano un Pandoro a testa, mentre per i terzi una bottiglia di spuma all’arancia o al ginger a piacimento. La notizia fece scalpore non si erano mai visti premi di tale importanza, considerando che l’iscrizione annuale al circolo era di dieci euro che diventavano cinque se avevi la tessera di un qualsiasi supermercato della zona, se eri stato donatore di sangue, se avevi lavorato nelle ferrovie, un amico in polizia, un parente cassaintegrato o altre strane e fantasiose facilitazioni.

La gara si sarebbe svolta dal diciannove al ventidue Dicembre e la premiazione era prevista per le ore 15 del giorno ventitré.

L’iniziativa ebbe un grande successo di pubblico, in pratica tutti i frequentatori del circolo decisero di partecipare e si registrò il tentativo d’iscrizione da parte di alcuni estranei.

Le persone che pagarono la quota furono sessanta.

 

La settimana prima della gara fu di gran fermento, vi era una strana agitazione, tutti volevano giocare possibilmente con compagni nuovi e diversi, nei tavoli si ripetevano le regole con le famose varianti del circolo. Alcune donne, che non si rivolgevano nemmeno un saluto da mesi, presero a parlare amorevolmente tra di loro, anche molti uomini ricevettero il saluto e l’attenzione delle dame più scontrose e scorbutiche. Insomma tutti si preparavano alla tenzone, consci che avrebbero potuto avere un compagno inatteso e sgradito.

Il giorno diciannove dicembre, pomeriggio piovoso e freddo che solitamente scoraggiava molti anziani a uscire da casa, vide il circolo strapieno come raramente accadeva. Ciriello era seduto sul bancone e dal secchiello del ghiaccio, riempito di foglietti recanti ognuno il nome di un partecipante, iniziò a ed estrarre a sorte i nomi, mentre Ludovica segnava, su un grande cartoncino, la formazione delle coppie.

I primi commenti non si fecero attendere, il viso di molti sbiancava e scuotevano il capo in senso di disperazione, solo alcuni, pochi veramente, sembravano soddisfatti degli abbinamenti.

Olga fu abbinata a ciNico e i loro primi diretti sfidanti dovevano essere la coppia formata da buGiada e Perma-flex.

Conoscendo la voglia di giocare di Nico e ignorando la sua indifferenza per la vittoria, Olga contenta, prese sotto braccio il suo nuovo socio che sembrò gradire quel gesto affettuoso.

Perma-flex era visibilmente deluso, sapeva che Giada era una giocatrice mediocre, spesso distratta e superficiale. In compenso la donna avrebbe aspirato volentieri a una compagna femmina da poter soggiogare e quindi mettere in mostra la sua superiorità.

 

Alle ore quindici del 20 Dicembre i tavoli erano già stati disposti e per l’occasione, aumentati di numero tanto che alcuni si lamentarono del poco spazio tra una sedia e un’altra. Arbitri indiscussi erano Ludovica e Malinconico che dovevano aggirarsi per la sala controllando che ognuno rispettasse le regole previste, pronti a intervenire a ogni richiesta o segnalazione di scorrettezze. Un gruppetto numeroso di partecipanti iniziò subito una protesta dura e compatta, non accettavano gli abbinamenti delle coppie sfidanti decisi unilateralmente da Ludovica. Chiesero e ottennero una nuova estrazione per comporre il quadro della sfida.

Al tavolo di Olga e Nico sedettero Bruna Nocerei e sua sorella Wanda, le due che non si sopportavano da mai e litigavano continuamente, erano zitelle e vivevano nella stessa casa, un battibecco polemico continuo interrotto solo quando arrivavano al circolo. Alla bocciofila, come per miracolo, le due si separavano, Bruna era innamorata del Becconi Andrea e quindi cercava di giocare al tavolo dove sedeva l’uomo, Wanda poteva dar sfogo alla sua grande passione: il pettegolezzo. Aveva, in quell’ambiente, trovato un paio di donne affette dalla stessa passione e davano sfogo al loro passatempo scegliendo sempre un tavolo isolato, ambito da pochi perché in un angolo buio e freddo della sala. Il loro problema era il quarto per giocare, nessuno amava quelle tre streghe, ma qualcuno lo trovavano sempre. Un uomo, che pur di giocare sapeva isolarsi da quel fiume di parole ricche di sottintesi e aggettivi poco qualificanti per tutti, o una donna che, sacrificandosi, sperava che, almeno per quel pomeriggio, sarebbe stata esente dalle calunnie delle tre pettegole.  Quel pomeriggio però si presentava tragico per le sorelle, non solo dovevano giocare insieme ma i loro sfidanti erano due dei bersagli preferiti di Wanda e assolutamente refrattari a far comunella con le Nocerei.

La prima partita terminò rapidamente con la vittoria netta delle sorelle, anche perché pur avendo buone carte Olga non trovava sostegno dal suo compagno che sembrava calare le carte a casaccio.

Finita la partita, avevano cinque minuti di pausa per consumare la famosa spuma annacquata, la donna pensò come scuotere ciNico dal suo torpore. Intanto, nella sala, ogni tanto qualcuno urlava “Arbitro!” invocando l’intervento di Ludovica o Malinconico a fronte di qualche scorrettezza di gioco. 

Olga, sorseggiando la Spuma, pensava a cosa dire al compagno quando per un attimo, un solo attimo, notò gli occhi dell’uomo posarsi sulla sua scollatura peraltro casta e pudica come quella di una vergine.

Capì al volo e facendo finta di niente, sganciò un paio di bottoni della camicetta, si avvicinò a Nico cercando di mettere in mostra la sua scollatura che, da giovane, rappresentava uno dei suoi punti di forza.

L’uomo, molto anziano, ma evidentemente ancora vivace, non potette fare a meno di dare un’occhiatina alle colline.

Allora, pensò Olga, il menefreghista per eccellenza un interesse lo coltivava ancora, magari solo per ricordo ma lo coltivava. Lei con la voce più suadente possibile, accostandosi a quello che sapeva essere l’orecchio buono, gli sussurrò ma non tanto piano:

-          La sai che sei un gran bell’uomo.

L’uomo la guardò con occhi molto diversi dal solito, abbozzando un mezzo sorriso, appena visibile tra i peli bianchi dei baffi, le rughe del volto e i denti gialli da una nicotina aspirata con impegno fino a qualche anno prima.  Lei incalzò:

-          Sono contenta di avere quest’occasione per stare un poco insieme con te.

Lui si schiarì la voce bevve la spuma tutta di un fiato e rispose.

-          Quale…quale occasione?

-          Il torneo naturalmente!

Rispose lei ammiccante.

La seconda partita durò pochissimo e vinsero Olga e ciNico quasi per cappotto.

La nuova pausa non prevedeva il ristoro della Spuma e molti se ne lamentarono.

Ciriello, da abile uomo d’affari, espose un cartello sul bancone: “Chi consuma un caffè riceve una spuma gratis”.

Ovviamente il caffè, dal giorno prima, era aumentato di prezzo da cinquanta centesimi a sessanta.

Le bottiglie vuote di Spuma al Ginger, la più gradita, si accumulavano sotto il bancone mentre qualcuno continuava a urlare: ”Arbitro!” a tutela di chissà quale broglio.

Terza partita: le due sorelle colpite nell’orgoglio sembrarono accantonare le loro rivalità e divergenze per unirsi in una perfetta intesa di gioco. Olga con il supporto inaspettato e fondamentale di Nico chiuse la terza mano con un Burraco pulito che li portò alla vittoria. Due partite a una! Potevano passare alla prossima sfida.

Mellifluo e viscido più del solito Perma-flex, che aveva anche lui passato il turno, si avvicinò a Olga facendogli i complimenti e dicendo che, loro due, sarebbero stati una coppia perfetta e vincente.

Dopo, forse per paura dei pettegolezzi di Wanda, tranquillizzò le due sorelle dicendosi certo che avrebbero usufruito del rientro e che le avrebbe attese in finale. Non una parola o un cenno a Nico che sembrava sorridere sotto i baffi e quando Perma-flex si allontanò, lo salutò caramente con il segno dell’ombrello.

 

Il giorno ventuno dicembre, alle quindici in punto, il circolo faceva fatica a contenere tutti i soci e qualche parente o amico che era venuto a curiosare l’andamento della famosa gara.

Olga e Nico sfidavano Luigi Gnecche, detto il “Boccino” e Mariolino Bianchi detto “Deltarinolo”.

Una partita che sembrava facile per i due uomini, virtuosi delle bocce e ancor più del Burraco, non temevano per nulla la donna e consideravano Nico un vecchio demente. La loro baldanzosa sicurezza, come a volte accadeva nel campo da bocce, li tradì. Luigi, appunto detto il Boccino perché era piccolino, magro e voleva sempre bocciare, nella foga del gioco commise un piccolo errore, una leggerezza che però l’anziano avversario sfruttò abilmente a suo favore. Mariolino s’inquietò molto con il suo socio, tirò fuori dalla tasca il flaconcino del Deltarinolo, si sparò un paio di spruzzi nel nasone rugoso e disse che non erano ammissibili errori del genere. A Olga scappò una risatina.  Gnecche che non era nemmeno lui tanto giovane, forse un mese meno di Nico, umiliato dal compagno e deriso dall’avversaria andò in confusione, magari aiutato dall’Alzheimer che lo rincorreva da qualche tempo. Altro errore di Luigino seguito da una scorrettezza, Olga e Nico si guardandosi negli occhi e decisero di non chiamare l’arbitro, come facevano tutti, per non infierire sul poveretto.

La seconda partita prese una brutta piega sembrava che Boccino fabbricasse Jolly e pinelle, chiudeva un Burraco dietro l’altro, vinsero i due uomini con un netto vantaggio.

Sconsolata Olga approfittò della pausa di rito per offrire un caffè a Nico, con allegata Spuma, girando lo zucchero nella tazzina con il cucchiaino che poi leccò, con la lingua bene a lungo mentre il socio la guardava estasiato. Aveva anche pensato di avvicinarsi molto, per fargli sentire il profumo che aveva per l’occasione spruzzato nella scollatura: “Prendimi - vera fragranza di desiderio”. Una boccetta pagata cara al mercato rionale, dove c’era il banco dei tester e profumi taroccati. Desistette dall’idea per non turbare il compagno, poteva fargli salire troppo la pressione, in fin dei conti aveva ottant’anni, anche se da ieri sembrava più vispo e reattivo.

Luigino e Mariolino, rincuorati dalla vittoria, si concessero un bicchiere di bianco a testa discutendo che anche quella era una consumazione e doveva esserci la spuma gratis.

Boccino diede le carte continuando a brontolare contro quell’avaraccio di Ciriello e forse questo incise sulla fortuna perché Nico aveva la chiusura di mano, fatto tanto raro quanto emozionante. Olga capì che doveva esserci qualcosa di strano dal viso del compagno che fulmineo calò tutte le carte e prese il mazzetto continuando il gioco. Deltarinolo rimase senza parole e con il naso chiuso, il suo socio sconsolato e confuso da tanta fortuna, sbagliò il successivo scarto, dando modo a Olga di chiudere un importante Burraco che valse la loro vittoria. Due partite a una! Potevano passare ancora una volta alla prossima sfida.

Quel giorno l’organizzazione si era rodata e c’era il tempo per ben tre sfide, per questo motivo il circolo poteva restare aperto anche dopo le ore venti limite massimo e inderogabile.

Olga e Nico, sempre più affiatati, vinsero facilmente anche la loro seconda sfida giornaliera e si preparavano all’ultimo incontro, erano le 18,30 rimanevano al massimo centoventi minuti, più dieci per le pause. Avrebbero fatto tardi ma ne valeva la pena, a casa loro nessuno li aspettava, entrambi erano sorridenti ed eccitati. Nico anche troppo perché, se

nza volere, le sue vecchie narici avevano percepito “Prendimi- - vera fragranza di desiderio”.  Olga lo vide inspirare profondamente e poi con gli occhi che gli brillavano, rilassarsi sulla sedia.

Iniziarono la partita, due avversari difficili, Giovanna Incerta e Carolina Rosso, due donne assatanate per il ballo, passavano tutta la settimana al circolo per trovare un cavaliere che le portasse in balera il sabato sera. Non era facile perché Giovanna era alta meno del bancone e pesava centodieci chili, Carolina aveva un viso carino ma due cipolle agli alluci che la facevano camminare come una gallina ubriaca. Nonostante questo, erano entrambe sveglie e molto simpatiche, pronte alla battuta e mai cattive o volgari e per questo, Il sabato sera, trovavano sempre un paio di accompagnatori pronti a farle danzare. L’estrazione a sorte le aveva messe compagne di gioco, formando così una delle coppie favorite per la finale.

La prima mano la vinsero le donne con pochi punti di scarto. Durante la pausa Olga, vedendo Nico, triste e scoraggiato, decise di giocarsi il tutto per tutto.

Sempre stando attenta di parlare all’orecchio buono disse:

-          Se andiamo in finale, la sera della vigilia di Natale io sono sola soletta e potremmo cenare insieme, se ti fidi della mia cucina.

Nico divenne rosso in viso, si alzò faticosamente in piedi e scosse il capo.

-          No! Purtroppo non posso.

Olga, sorpresa e stupita, rispose:

-          Capisco …hai una festa con i parenti.

-          No, quelli li ho abbandonati da molto tempo. Vado in parrocchia a servire cena ai meno fortunati.

Olga si sentì un brivido lungo la schiena e non era il freddo. Aveva proprio giudicato male ciNIco e ora lo guardava con occhi diversi. Lui, timidamente, forse aiutato da quel profumo che gli ricordava cose piacevoli e lontane, continuò.

-          Se sei sola perché non vieni anche tu, al parroco farebbe molto piacere.

Olga lo guardò dritto negli occhi.

-          A te farebbe piacere? 

Nico non rispose ma sorrise, le rughe per un attimo sparirono, i baffi sembrarono meno bianchi e le mani smisero il leggerissimo tremito che, per altro, si notava solo quando teneva le carte in mano.

Vinsero la seconda e la terza mano nello stupore delle due avversarie e di alcuni presenti che, finite le loro partite, avevano circondato il tavolo dei ritardatari per guardare quella sfida.  Le ballerine erano riuscite a calare solo una scala e due tris tutti a picche, mentre i loro avversari non sapevano più dove sistemare sul tavolo le loro calate e i Burrachi.

 

Grande finale, pomeriggio del 23 Dicembre.

 

Pioggia forte, vento teso e allerta giallo della protezione civile.

Una situazione metereologica del genere solitamente vedeva il circolo semideserto con Ciriello disperato per i mancati introiti. Malinconico Alfredo con lo spazzolone in mano pronto a controllare che i pochi avventori non sporcassero troppo. Oggi, invece, alle 14,30 il posto brulicava di gente, ombrelli abbandonati ovunque, il piccolo locale, prima delle toilette, invaso da galosce e scarpe bagnate che le signore si erano prontamente cambiate indossando ciabattine da casa calde e asciutte. I pochi attaccapanni erano colmi di giacconi e impermeabili zuppi. Ciriello, al banco, era entusiasta, nella foga abbracciò                        e baciò sulle guance Ludovica Anselmi che in quel momento comprese che Babbo Natale esisteva.

Malinconico Alfredo, sconsolato, buttò a terra lo spazzolone con il quale invano cercava di asciugare il fiume di pioggia portata dentro dalle scarpe di tutti. Andò dietro il bancone e nella confusione generale, non visto, si versò un generoso bicchiere di spuma al Ginger.

Tre partite che valevano la semifinale che Olga e Nico superarono senza troppa fatica e poi finalmente il gran finale. I loro avversari, perché San Giovanni non vuole inganni, come il destino aveva previsto all’inizio, erano Perma-flex e buGiada.  Tronfi e applauditi dal pubblico, ammiccavano sicuri vincitori, lui per l’occasione, indossava una giacca tipo caccia alla volpe, le scarpe bicolori e un foulard azzurro al collo.

Lei era svolazzante in un vestitino estivo, fatto fare il secolo scorso per il matrimonio di un parente. Al collo Giada aveva un lungo filo di perle e alle dita delle mani alcuni anelli, sicuramente di figura ma palesemente fondi di bottiglia. Un paio di sandali bianchi, con mezzo tacco a spillo, completavano la mise per il grande evento.

Olga aveva scelto una gonna calda, con sopra una blusa scollata e uno scialle buttato sulle spalle. Niente di speciale o appariscente ma molto apprezzato da Nico che la guardava con occhi languidi.

Gli arbitri, vista l’importanza della cosa, decisero che tutto si sarebbe svolto in un’unica partita e che la disposizione, delle persone al tavolo, sarebbe avvenuta per estrazione. Olga si trovò sotto lo scarto di Perma-flex mentre Nico era sotto quello di buGiada.

Come in un vero casinò, Malinconico Alfredo dava le carte, fungendo da croupier, mentre Ludovica preparava i due mazzetti.

Ciriello, dopo aver contato le bottiglie di spuma ancora avanzate, quasi tutte all’arancia, attirò l’attenzione di tutti urlando che, in onore della finale, chi consumava una spuma all’arancia ne riceveva una seconda sempre all’arancia ma gratis. Ovviamente il prezzo della spuma era lievitato da trenta a quaranta centesimi.

Perma-flex era concentratissimo sulle carte, solo raramente guardava gli avversari, Giada moriva dal freddo ma fingeva indifferenza, girandosi spesso verso il pubblico elargendo saluti e sorrisi.

Nico e Olga cercavano di restare calmi e si guardavano negli occhi, nessuno dei due aveva buone carte ma speravano nel supporto del compagno.  Il primo tris lo calò Giada, tre regine, poi scartò il quattro di fiori. Olga aveva una scala buca a fiori e il quattro, qualora fosse arrivato a lei, era perfetto.

Il quattro lo prese Perma-flex calando lui la scala a fiori e poi scartò il re di picche.

Giada raccolse lo scarto di Olga, un sei di cuori e il re di Picche che calò insieme con altri due re.

La partita iniziata male, si complicava, ma Olga e Nico sembravano sereni e tranquilli.

Con una pescata fortunata, una pinella, Giada chiuse e andò a prendere il mazzetto.

Finalmente, con lo scarto di Giada, calò anche Nico tre semplici tre.

Permaflex forte della sua fortuna derise gli avversari:

-          Tre per tre, uguale a nove!

Così dicendo calò quattro nove.

La partita si poteva dire persa, Olga pescò dal mazzo una carta, era un tre e con gli altri tre che aveva in mano, fece un burraco pulito di tre che valeva ben duecento punti.

Allora Nico, come uscito dal sonno, rispose:

-          Tre per sette, uguale a duecento!

Poi calò tutte le carte, che teneva in mano e andò a prendere il loro mazzetto, mentre il pubblico mormorava iniziando a tifare per Nico e Olga.

Terminata, la seconda mano avevano circa gli stessi punti e tutto si sarebbe deciso in pochi minuti.

 

Olga indossava il grembiule, aveva i capelli legati con un elastico e un ciuffetto biondo sbarazzino che cadeva dalla fronte. Nico sembrava rinato, portava i piatti di plastica, colmi di penne al pomodoro, con l’abilità di un cameriere del Grand’Hotel. Il menù era ricco: penne al sugo di pomodoro, arrosto con patate, frutta fresca e secca, panettoni e baci Perugina. Olga non era magra, anzi qualche chilo di troppo se lo portava dietro da anni, adorava mangiare e soprattutto mangiare bene. Continuava ad assaggiare il sugo dell’arrosto, che era il piatto forte della serata, meravigliandosi che, se possibile, era migliore di quello che faceva lei. Nico si girò un attimo verso la cucina, vide Olga bellissima che asciugava le mani nel grembiule sorridendogli e comprese, che lui, aveva vinto la partita più importante di tutta la sua vita.

 

 

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